Giobbe 16 – Giobbe Risponde a Elifaz

A. Giobbe lamenta i suoi miserabili consolatori.

1. (1-5) Giobbe rimprovera i suoi amici spietati.

Allora Giobbe rispose e disse: «Di cose come queste ne ho udite tante! Siete tutti dei consolatori molesti! Quando finiranno i vostri discorsi vuoti? O che cosa ti spinge a rispondere? Anch’io potrei parlare come voi, se foste al mio posto, potrei mettere assieme parole contro di voi scuotendo il mio capo contro di voi. Ma vi incoraggerei con la mia bocca e il conforto delle mie labbra allevierebbe il vostro dolore.

a. Ho udito molte cose simili: Giobbe ricordò ai suoi critici che tutto ciò che gli avevano dato era la spiegazione della “saggezza convenzionale” di una relazione assoluta di causa ed effetto per dare senso alla sua sofferenza. Gli amici di Giobbe dissero: “Tutti sanno queste cose” (come in Giobbe 15:14-15); la risposta di Giobbe fu: “È tutto ciò che abbiamo già sentito prima; ho udito molte cose simili.”

i. “Questi detti degli antichi non mi sono estranei; ma non si applicano al mio caso: voi mi vedete nell’afflizione, dovreste cercare di consolarmi. Questo non lo fate; eppure pretendete di farlo! Voi siete tutti consolatori molesti.” (Clarke)

b. Voi siete tutti consolatori molesti: Giobbe sperava che questo rimprovero avrebbe fatto vergognare i suoi accusatori facendogli vedere quanto gravemente avevano fallito nell’aiutarlo. La loro eccessiva fiducia nella propria saggezza li rendeva incapaci di simpatizzare adeguatamente con Giobbe. Avevano fatto molto meglio nei giorni in cui semplicemente sedevano in silenzio con Giobbe sofferente (Giobbe 2:11-13).

i. Trapp tentò di catturare il cuore della lamentela di Giobbe: “Mi accusate di disprezzare le consolazioni di Dio, e pretendete di venire appositamente per consolarmi; ma raramente ho incontrato consolatori così freddi; perché invece di diminuire e alleviare i miei dolori, fate tutto il possibile per aumentarli e accentuarli. È questa la vostra gentilezza verso il vostro amico?”

ii. “Giobbe, intenzionalmente, scelse una parola (amal) che Elifaz aveva usato per suggerire che Giobbe aveva concepito la propria miseria (‘guai,’ Giobbe 15:35); e la rigettò contro di lui nell’epiteto ‘consolatori molesti’ (Giobbe 16:2).” (Smick)

c. Finiranno mai queste parole di vento: Giobbe voleva solo che i suoi amici smettessero i loro discorsi ventosi, pieni di condanna. Sembra che questa parte della prova di Giobbe fosse severa quanto le perdite descritte in Giobbe 1 e 2.

i. “La ragione principale per essere sospettosi della teologia degli amici di Giobbe è che è così ovviamente priva di misericordia.” (Mason)

d. Anch’io potrei parlare come voi… Potrei accumulare parole contro di voi, e scuotere il capo contro di voi: Giobbe riconobbe che anche lui avrebbe potuto trovarsi nella stessa posizione di condanna insensibile verso i suoi amici come loro lo erano verso di lui. Eppure vide anche che la sua sofferenza aveva cambiato la sua prospettiva e ora invece li avrebbe fortificati e confortati.

i. “La follia di criticare il dolore dal punto di vista vantaggioso della prosperità è dichiarata. Giobbe disse che lui avrebbe potuto parlare come loro se fossero stati al suo posto, ma non lo avrebbe fatto. Avrebbe cercato di fortificarli.” (Morgan)

ii. Uno dei grandi vantaggi della sofferenza personale è che rende chi soffre molto più comprensivo verso gli altri che soffrono. Coloro che altrimenti sarebbero stati duri e severi verso chi soffre spesso si troveranno molto più disposti a dare forza e conforto verso altri che soffrono dolori simili (2 Corinzi 1:3-4).

2. (6-14) Giobbe lamenta il rifiuto dei suoi amici.

Se parlo il mio dolore non è alleviato: se cesso di parlare, che sollievo ne ho? Ora però egli mi ha ridotto allo stremo delle forze. Tu hai devastato l’intera mia famiglia mi hai coperto di rughe e questo testimonia contro di me, la mia magrezza si leva e testimonia contro di me. La sua ira mi dilania e mi perseguita, digrigna i denti contro di me. Il mio nemico aguzza il suo sguardo su di me. Spalancando la loro bocca contro di me, mi percuotono con disprezzo sulle guance, si radunano assieme contro di me. Dio mi ha dato in balìa degli empi, mi ha consegnato nelle mani dei malvagi. Vivevo tranquillo ma egli mi ha distrutto, mi ha preso per il collo e mi ha fatto a pezzi, e ha fatto di me il suo bersaglio. I suoi arcieri mi circondano da ogni parte, mi trafigge i reni senza pietà, versa a terra il mio fiele. Egli mi assale ripetutamente con violenza, mi si avventa contro come un guerriero.

a. Anche se parlo, il mio dolore non è alleviato; e se taccio, come sono sollevato: Giobbe si sentiva intrappolato da entrambe le opzioni. Se parla, non trova sollievo dai suoi amici insensibili; eppure il silenzio non fa nulla per alleviare il suo dolore.

i. “Molte forme di dolore trovano sollievo nell’espressione… ma Giobbe dice che non può ottenere alcun lenimento del suo dolore esprimendolo.” (Chambers)

b. Ora egli mi ha sfinito: Giobbe qui sembrava vicino alla resa a Dio; a riconoscere semplicemente che nella sua lotta con Dio, Dio aveva davvero vinto. Dio aveva tolto tutto a Giobbe e lo aveva esaurito. La condizione esausta di Giobbe era una testimonianza contro di lui.

i. Tu hai reso desolata tutta la mia compagnia si riferisce o alla perdita della famiglia di Giobbe (descritta in Giobbe 1), o alla maniera desolata dei compagni inutili di Giobbe.

c. Egli mi dilania nella sua ira e mi odia… il mio avversario aguzza il suo sguardo su di me: Giobbe sentiva di essere in un conflitto supremo; non con i suoi amici, non con le sue circostanze, ma con il suo Dio – o almeno con la sua precedente concezione di Dio e di come Dio operava le cose. La sua crisi gettò tutta quella precedente concezione nell’incertezza, e ora sentiva di essere sotto attacco da Dio.

i. Alcuni commentatori (come Adam Clarke) credono che l’Egli di Giobbe 16:9 sia Satana e non Dio; G. Campbell Morgan si chiedeva se Giobbe avesse “visto qualche debole contorno dell’ombra del nemico,” avendo qualche percezione dell’opera di Satana descritta nei primi due capitoli. Tuttavia, “Il versetto 11 nomina esplicitamente Dio come assalitore; ma il plurale nel versetto 10 suggerisce che Giobbe si sta anche lamentando degli alleati umani di Dio.” (Andersen)

ii. “Elifaz accusò Giobbe di attaccare Dio, ma Giobbe affermò che era vero il contrario; Dio lo assaliva.” (Smick)

iii. “È infinitamente doloroso per Giobbe che Dio stia ora inspiegabilmente agendo come un nemico… Solo una traduzione letterale può rendere giustizia alla ferocia della descrizione di Giobbe dell’attacco vizioso di Dio. Egli è come una bestia feroce (16:9ss.), un traditore (16:11), un lottatore (16:12a, b), un arciere (12c, 13a), un spadaccino (13b, 14).” (Andersen)

iv. “Che strano linguaggio è questo da parte di colui che altrove chiama Dio la sua salvezza, il suo redentore, Giobbe 13:15, 16, 18; 19:25, e tra poco lo chiamerà il suo testimone in cielo, a cui il suo occhio versa lacrime!” (Trapp)

v. “Egli si vede come oggetto dell’ira di Dio. Immagina Dio come una bestia selvaggia, che lo caccia e lo fa a pezzi membro per membro. La nostra sofferenza può darci una visione distorta di Dio, non è vero?” (Lawson)

vi. Sembra che Giobbe qui lottasse con Dio proprio con la stessa intensità con cui Giacobbe lottò con l’Angelo del Signore (Genesi 32:22-32). La somiglianza della lotta è istruttiva, data la differenza nel loro carattere. Giacobbe lottò con Dio come un uomo carnale che aveva bisogno di essere conquistato. Giobbe lottò con Dio come un uomo pio che anche lui aveva bisogno di essere conquistato, o almeno più conquistato.

d. Si radunano insieme contro di me: Parte dell’agonia di Giobbe era legata all’idea che questa intera lotta fosse così pubblica, recitata davanti al pubblico dei suoi amici e spettatori. Almeno la lotta di Giacobbe con Dio fu privata; la natura pubblica della crisi di Giobbe gli faceva sentire che i suoi amici erano dalla parte di Dio contro di lui in qualche modo, o usati da Dio come un altro modo per approfondire la sua crisi (Dio mi ha consegnato agli empi).

i. Nel ricordare gli attacchi degli empi, Giobbe ricordò gli attacchi crudeli dei Caldei e dei Sabei che si abbatterono sui suoi servi e sul suo bestiame, come registrato nel primo capitolo.

e. Ero tranquillo, ma egli mi ha frantumato: Giobbe accumulò una descrizione poetica sull’altra per comunicare potentemente il suo sentimento che Dio fosse contro di lui. Secondo come Giobbe si sentiva:

· Dio aveva assalito Giobbe come in una rissa di strada (Mi ha anche preso per il collo e mi ha fatto a pezzi).

· Dio era l’arciere spietato e Giobbe era il bersaglio (Mi ha posto come suo bersaglio).

· Dio era il guerriero che uccise completamente Giobbe (Mi spezza con ferita su ferita; corre contro di me come un guerriero).

i. C’è un senso in cui Giobbe è un’immagine profetica di Gesù Cristo, il Giusto sulla croce che tuttavia divenne un bersaglio dell’ira giusta di Dio; non perché lo meritasse, ma perché era nel piano buono e più grande di Dio farlo.

ii. Riconosciamo specialmente l’idea da Giobbe 16:10: Spalancano la bocca contro di me, mi colpiscono con disprezzo sulla guancia, si radunano insieme contro di me. “Nostro Salvatore fu così trattato secondo la lettera; spalancarono la bocca contro di lui, lo derisero, lo schiaffeggiarono in faccia, si radunarono insieme contro di lui, come qui. Quindi alcuni degli antichi chiamano Giobbe una figura e tipo di Cristo, che fu così trattato sia letteralmente che figurativamente.” (Trapp)

iii. Versa il mio fiele a terra: “Il fiele è attaccato al fegato, e quando quello è versato; l’uomo non può vivere, perché la sua ferita è mortale e incurabile.” (Trapp)

B. La continua miseria di Giobbe.

1. (15-17) Giobbe si chiede perché la sua vita giusta abbia meritato la sua oscura prova.

Ho cucito un cilicio, sulla mia pelle, ho abbassato la mia fronte nella polvere. Il mio viso è rosso per il pianto, e sulle mie palpebre si posa l’ombra di morte anche se non c’è alcuna violenza nelle mie mani e la mia preghiera e pura.

a. Ho cucito un sacco sulla mia pelle: Giobbe raccontò le dimostrazioni del suo dolore includendo il sacco, la polvere sul capo, e il pianto.

b. Benché non ci sia violenza nelle mie mani, e la mia preghiera sia pura: Giobbe semplicemente non riusciva a conciliare la sua precedente vita giusta e pia con la sua presente desolazione. Perché Dio avrebbe attaccato (come descritto in Giobbe 16:12-14) un uomo così giusto e pio?

i. La mia preghiera sia pura: “C’è una cosa a cui non rinuncerà – la testimonianza della sua coscienza, che ha vissuto come amico di Dio, non come suo nemico. È certo di non appartenere alla classe i cui peccati e punizioni i suoi amici gli hanno posto davanti come avvertimento. A questa certezza si aggrappa come a un’asse nelle onde divoranti. Profonda è la sua angoscia, ma la sua coscienza è libera.” (Bradley)

2. (18-22) Giobbe protesta alla creazione.

O terra, non coprire il mio sangue, e il mio grido non trovi alcun luogo di riposo. Già fin d’ora, ecco, il mio testimone è in cielo, il mio garante è in alto. I miei amici mi deridono, ma i miei occhi versano lacrime davanti a Dio. Possa egli sostenere le ragioni dell’uomo presso Dio, come fa un uomo con il suo vicino. Passeranno infatti pochi anni ancora, e me ne andrò quindi per una via senza piú ritorno».

a. O terra, non coprire il mio sangue: Giobbe qui supplicò la creazione di non cancellare la sua vita. Se dovesse morire nelle sue crisi, Giobbe almeno voleva che il suo sangue rimanesse evidente come testimonianza.

i. “Si dice che la terra copre quel sangue che giace non scoperto e non vendicato; di cui vedi Genesi 4:10-11; Isaia 26:21.” (Poole)

ii. “Con un grido di audacia quasi sconcertante, egli fa appello alla sua madre-terra, dalla quale il sangue del giusto Abele una volta gridò a Dio, di non coprire il suo sangue, quando alla fine verrà la fine, ma di lasciare che il grido della sua vita ingiustamente trattata salga dal suo seno, e non trovi riposo finché non avrà trafitto l’orecchio di Dio.” (Bradley)

iii. “Giobbe pensava che sarebbe morto prima di poter essere rivendicato davanti ai suoi pari; quindi era preoccupato che l’ingiustizia fatta a lui non dovesse mai essere dimenticata.” (Smick)

b. Certamente anche ora il mio testimone è in cielo: Vediamo qui la lotta mentale e spirituale all’opera in Giobbe. Pochi versetti prima (come in Giobbe 16:12-14), credeva che Dio combattesse contro di lui con tutta la Sua forza e abilità divina. Tuttavia, Giobbe credeva anche veramente di avere un testimone giusto in cielo che lo avrebbe rivendicato quando tutte le testimonianze fossero state rivelate.

i. “In mezzo a tutto questo travaglio dell’anima, la sua fede trionfò sul suo dubbio. Credeva che Dio conoscesse la verità su di lui, e sarebbe stato il suo testimone… Questo è un altro esempio della luce che irrompe, anche se solo per un momento, dalla sua vita più profonda.” (Morgan)

ii. “Per ‘testimone’ intendeva un osservatore, che sa, e sa tutto. Era circondato da uomini che erano perfettamente onesti, ed erano suoi amici, ma che fallivano in ciò che gli stavano dicendo, perché non sapevano tutto. Pensavano di saperlo… In mezzo alla sofferenza di questo malinteso, dichiarò la sua convinzione che ci fosse Uno in cielo che osservava, comprendeva, sapeva tutto.” (Morgan)

c. I miei amici mi scherniscono; i miei occhi versano lacrime a Dio: In una frase poetica e potente, Giobbe descrisse la sua presente agonia. Era talvolta fiducioso nella sua futura e definitiva rivendicazione, eppure viveva anche nell’agonia del suo momento.

d. Oh, che qualcuno possa intercedere per un uomo presso Dio, come un uomo intercede per il suo prossimo: Giobbe qui riconobbe che ciò di cui aveva bisogno era un vero avvocato in cielo; qualcuno che intercedesse per la sua causa davanti a Dio.

i. Giobbe anticipò il bisogno che sarebbe stato soddisfatto in Gesù Cristo, che è sia il nostro mediatore (1 Timoteo 2:5) che il nostro avvocato (1 Giovanni 2:1) in cielo davanti a Dio Padre. “È chiaro che il mistero della redenzione dell’uomo da parte di Cristo era conosciuto dagli antichi patriarchi, come è stato spesso notato prima, e a Giobbe tra gli altri, Giobbe 19:25.” (Poole)

ii. Giobbe sapeva di aver bisogno di un mediatore, qualcuno che colmasse il divario tra lui stesso e un Dio santo e grande. Giobbe sapeva anche per fede che tale Persona esisteva e poteva essere fidata. Questo rese Giobbe un credente in Gesù prima che Gesù camminasse sulla terra; aveva fede nel Messia di Dio che doveva venire.

iii. In anticipazione del Messia, Giobbe essenzialmente disse: “Cristo, che è Dio e uomo, intercederà per la mia causa presso suo Padre; può prevalere, perché è Dio uguale al Padre; lo intraprenderà, perché sarà uomo come me.” (Trapp)

iv. Ci ricorda che sebbene il conforto della fede nella mano e nel piano invisibili di Dio fosse disponibile per Giobbe, è ancora più disponibile per noi alla luce dell’opera compiuta di Gesù Cristo e della Sua esaltazione alla destra di Dio Padre in cielo.

e. Perché quando pochi anni saranno finiti, andrò per la via senza ritorno: Giobbe non sarebbe vissuto abbastanza a lungo per vedere il suo desiderio realizzato in Gesù Cristo, eppure sarebbe stato alla fine confortato dall’anticipazione di quel compimento.

i. “Forse è sufficiente trovare qui un’altra espressione del pensiero che la breve durata della vita di un uomo non dà abbastanza tempo per risolvere i problemi della vita. Con crescente chiarezza Giobbe sta vedendo che risposte soddisfacenti potrebbero essere ottenute solo quando avrà rapporti più diretti con Dio dopo la morte.” (Andersen)

©1996–presente Il Commentario Biblico Enduring Word di David Guzik –