Giobbe 40 – La Potenza di Dio, la Potenza di Giobbe e la Potenza di Behemoth
Summary
Pastor David walks us through God's continued challenge to Job, where after the wonder and teaching of chapters 38–39, God asks Job whether he's fit to correct Him or save himself. Job's response is strikingly humble—he covers his mouth and stops speaking—not because his circumstances have changed, but because he now senses God's presence and his own proper place before Him. Pastor David emphasizes that it was God's loving revelation, not harsh rebuke, that brought Job to this place of submission, and he shows us how God uses the example of Behemoth to press home the point that only God has the power and wisdom to judge, save, and rule.
High Points
- Job is speechless before God (3-5)Job's tone shifts completely after God's appearance—not because his suffering ended, but because he moved from feeling forsaken by God to sensing God's presence with him.
- Job is speechless before God (3-5)When Job says "Behold, I am vile," he's not confessing moral failure; he means he is 'of no weight' or insignificant compared to God's majesty—even Spurgeon notes that Job, being actually righteous, discovered his own 'lightness' only in God's nearness.
- God's speeches in chapters 38–39 likely came in warm, loving fellowship rather than angry harshness; it is God's goodness that leads to repentance, not His wrath alone.
- Job is speechless before God (3-5)The phrase "I lay my hand over my mouth" is one of the most worshipful gestures—yielding the tongue means yielding everything in total submission.
- God asks, “Job, are you fit to prove Me wrong or to save yourself?” (8-14)God's challenge to Job to do what only God can do (adorn himself with majesty, humble the proud, tread down the wicked) reminds Job he cannot even save himself, let alone judge God's justice.
- An example of God’s might and Job’s relative weakness: Behemoth (15-24)The Behemoth passage demonstrates the vast distance between Job and God: if Job cannot contend with this creature God made, how could he ever contend with God Himself?
Application
When we draw near to God and sense His presence, we naturally come to see ourselves in proper perspective before Him—not as those who should judge His ways, but as those who can trust Him with all things, even the questions He doesn't answer.
AI-generated summary of Pastor David Guzik's commentary on this chapter.
A. La sfida di Dio e la risposta di Giobbe.
1. (1-2) Dio chiede a Giobbe: “Vuoi ora sfidarMi?”
L’Eterno continuò a rispondere a Giobbe e disse: «Colui che contende con l’Onnipotente, vuole forse correggerlo? Colui che rimprovera Dio, risponda a questo».
a. Inoltre il SIGNORE rispose a Giobbe: Questo continuò la sfida di Dio a Giobbe, dove Dio rispose al cuore di Giobbe senza rispondere specificamente alle domande di Giobbe. Venne dopo il tempo prolungato di comunione, meraviglia e insegnamento descritto in Giobbe 38-39.
b. Colui che contende con l’Onnipotente lo correggerà: Giobbe, parlando da quella che sentiva essere la sua agonia in assenza di Dio, desiderava ardentemente contendere con Dio. Eppure dopo che Dio apparve nel Suo amore e gloria, Giobbe ora si sentiva umiliato riguardo alla sua precedente richiesta. Giustamente sentiva di non essere nella posizione di contendere con l’Onnipotente, tanto meno di correggerLo o riprenderLo.
i. Potremmo dire che Giobbe e Dio ebbero un tempo meraviglioso insieme in Giobbe 38-39; Dio insegnò a Giobbe tutto sulla Sua grandezza usando il mondo intero come Sua aula. Eppure in tutto questo, Dio rimase Dio e Giobbe rimase un uomo.
2. (3-5) Giobbe è senza parole davanti a Dio.
Allora Giobbe rispose all’Eterno e disse: «Ecco, sono cosí meschino, che cosa ti posso rispondere? Mi metto la mano sulla bocca. Ho parlato una volta, ma non parlerò più; sí, due volte, ma non aggiungerò altro».
a. Allora Giobbe rispose al SIGNORE: Giobbe aveva pregato spesso durante il dialogo con i suoi amici; era l’unico dei cinque a parlare con Dio. Eppure ora Giobbe parlò dopo la grande rivelazione di Dio e parlerà con un tono completamente diverso da quello che aveva avuto prima.
i. Il tono diverso non era perché le circostanze di Giobbe erano sostanzialmente cambiate. Era ancora nella miseria e aveva perso praticamente tutto. Il tono cambiò perché mentre una volta sentiva che Dio lo aveva abbandonato, ora sentiva e sapeva che Dio era con lui.
ii. Giobbe parlò anche con un tono completamente diverso da quello che aveva avuto con i suoi compagni. “Era il turno di Giobbe di parlare di nuovo. Ma non ci sarebbero stati lunghi discorsi, niente più rabbia, niente più sfide al suo Creatore.” (Smick)
iii. “Che tono diverso c’è qui!… Il Maestro è venuto, e il servo che aveva conteso con i suoi compagni prende un umile posto di umiltà e silenzio.” (Meyer)
b. Ecco, io sono spregevole; che cosa ti risponderò: Giobbe una volta voleva interrogare Dio e con grande passione chiedeva di essere portato nel tribunale di Dio (Giobbe 31:35-37). Ora, dopo la rivelazione di Dio e il ripristino del senso di relazione con Lui, Giobbe percepiva la propria posizione relativa davanti a Dio, e che non poteva rispondere a Dio.
i. Ecco, io sono spregevole: Questa “era una traduzione perfettamente corretta al tempo di Re Giacomo, perché allora spregevole non significava ciò che è arrivato a significare nel corso degli anni. Nella parola ebraica non c’è alcun suggerimento di fallimento morale. Letteralmente significa, senza peso. Giobbe non confessò qui, alla presenza della maestà di Dio, perversità morale, ma insignificanza comparativa.” (Morgan)
ii. Dobbiamo tutti essere portati a vedere la nostra “leggerezza” accanto a Dio. “Certamente, se qualcuno aveva il diritto di dire che non sono spregevole, era Giobbe; perché, secondo la testimonianza di Dio stesso, era ‘un uomo perfetto e retto, uno che temeva Dio e fuggiva il male.’ Eppure troviamo anche questo santo eminente quando per la sua vicinanza a Dio aveva ricevuto abbastanza luce per scoprire la propria condizione, esclamare, ‘Ecco, io sono spregevole.'” (Spurgeon)
iii. “Giobbe disse, ‘Ecco, io sono spregevole.’ Quella parola ‘ecco’ implica che era stupito. La scoperta fu inaspettata. Ci sono momenti speciali con il popolo del Signore, quando imparano per esperienza di essere spregevoli.” (Spurgeon)
iv. Tutte le argomentazioni di Elifaz, Bildad, Zofar ed Eliu non potevano portare Giobbe in questo luogo. Solo la rivelazione di Dio poteva umiliare così Giobbe e metterlo nel suo giusto posto davanti al SIGNORE. Giobbe fece le sue dichiarazioni forti e talvolta oltraggiose quando sentiva, fino al midollo della sua anima, che il SIGNORE lo aveva abbandonato. Ora con il suo senso della presenza del SIGNORE ripristinato, Giobbe poteva vedere meglio il suo posto appropriato davanti a Dio.
v. È importante ricordare che Dio non abbandonò mai Giobbe; che mentre ritirò il senso della Sua presenza (e questa fu la causa di profonda miseria per Giobbe), Dio era presente con Giobbe per tutto il tempo, rafforzandolo con la Sua mano invisibile. Giobbe non avrebbe mai potuto sopravvivere a questa prova senza quella mano invisibile e non percepita di Dio che lo sosteneva.
vi. Per portare Giobbe in questo luogo, non dobbiamo pensare che Dio fosse arrabbiato e duro con Giobbe nei Capitoli 38 e 39. È ancora del tutto possibile – probabile, infatti – che il modo di Dio con Giobbe in quei capitoli fosse caratterizzato da calda e amorevole comunione più che da duro rimprovero. Ricordiamo che è la bontà di Dio che conduce l’uomo al ravvedimento (Romani 2:4).
vii. “Stando in mezzo all’universo, un essere consapevole della maestà e della potenza della saggezza e del potere di Dio, dico con perfetta onestà e precisione, ‘Sono di poco conto.’ Stando alla presenza del Figlio di Dio, e ascoltando il Suo insegnamento, trovo che sono di maggior valore del mondo intero, e per il cuore di Dio di tale valore, che per il mio recupero Egli diede il Suo Figlio unigenito.” (Morgan)
c. Mi metto la mano sulla bocca: Giobbe ora si vergognava del modo in cui aveva parlato di Dio e della sua situazione. Avrebbe usato la sua mano per fermare la sua bocca, e non avrebbe continuato oltre.
i. “Forse uno dei gesti più adoranti di tutti è quello non comune che Giobbe qui compie: coprire la bocca con la mano. L’atto è una dimostrazione di totale sottomissione. Si può cadere con la faccia a terra e continuare a balbettare e ciarlare. Ma cedere la lingua è cedere tutto.” (Mason)
B. Dio insegna ancora una volta a Giobbe.
1. (6-7) La sfida di Dio a Giobbe.
L’Eterno allora rispose a Giobbe di mezzo alla tempesta e disse: «Orsú, cingiti i lombi, come un prode, io ti interrogherò e tu mi risponderai.
a. Allora il SIGNORE rispose a Giobbe dal turbine: Dio era ancora presente con Giobbe in mezzo alla forte e indomabile tempesta. Non si era trasformato in una presenza più gentile.
i. “Il turbine fu rinnovato quando Dio rinnovò la sua accusa contro Giobbe, che intendeva umiliare più completamente di quanto avesse ancora fatto.” (Poole)
b. Ora cingiti i fianchi come un uomo; io ti interrogherò e tu mi risponderai: Usando la stessa formulazione che iniziò questo incontro (Giobbe 38:3), Dio indicò a Giobbe che non aveva ancora finito. C’era ancora di più da mostrare a Giobbe e da insegnargli dalla creazione.
i. “Riprendi nuova forza e preparati per un secondo incontro; perché non ho ancora finito con te.” (Trapp)
2. (8-14) Dio chiede: “Giobbe, sei adatto a dimostrarMi sbagliato o a salvare te stesso?”
Vorresti proprio annullare il mio giudizio, condannare me per giustificare te stesso? Hai tu un braccio come quello di Dio e puoi tuonare con una voce pari alla sua? Adornati dunque di maestà e di magnificenza e rivestiti di gloria e di splendore. Da’ libero sfogo ai furori della tua ira; guarda a tutti i superbi e abbassali, guarda a tutti i superbi e umiliali, e schiaccia i malvagi ovunque si trovino. Seppelliscili nella polvere tutti insieme, rinchiudili in luoghi segreti. Allora anch’io ti loderò, perché la tua destra ti ha dato vittoria.
a. Vuoi tu condannarmi per giustificare te stesso: Durante tutto il tempo in cui Giobbe interrogava Dio, si potrebbe dire che sembrava più preoccupato della difesa della propria integrità piuttosto che di quella di Dio. Questo era naturale (l’integrità di Giobbe era sotto duro attacco), ma non buono.
i. Potremmo dire che Giobbe cadde nella trappola di pensare che poiché non riusciva a capire Dio, forse Dio non era giusto. Eppure in questa sezione più ampia della rivelazione di Dio a Giobbe, Dio ha dimostrato che ci sono molte cose che Giobbe non sa, e quindi non era un giudice adatto delle vie di Dio.
b. Hai tu un braccio come Dio: Dio qui ricordò ancora a Giobbe la distanza tra Se stesso e Giobbe. Sì, il senso di comunione era stato ripristinato a Giobbe; ma non significava che Dio e Giobbe fossero allo stesso livello. C’era ancora la distanza che esiste tra Dio e l’uomo.
i. “Nonostante il suo tono aggressivo, questo discorso non è davvero una contraddizione di nulla che Giobbe abbia detto. Per molti aspetti è molto vicino al suo stesso pensiero, e sostiene la sua sostenuta affermazione che la giustizia deve essere lasciata a Dio. Ma porta Giobbe alla fine della sua ricerca convincendolo che può e deve consegnare l’intera questione completamente a Dio con più fiducia, meno inquietudine. E farlo senza insistere che Dio debba prima rispondere a tutte le sue domande e dargli un’assoluzione formale.” (Andersen)
c. Allora adornati di maestà e di splendore… guarda ogni superbo e umilialo… calpesta gli empi al loro posto: Dio sfidò Giobbe a fare queste cose che solo Dio può fare. Mentre Giobbe riconosceva la sua incapacità, gli ricordava il suo posto appropriato davanti a Dio.
i. “‘Può egli,’ gli viene chiesto, ‘assumere la veste regale del Monarca Universale, può rivestirsi di onore e maestà? Può con uno sguardo abbassare il superbo, e calpestare gli empi? Ha la conoscenza, ha la saggezza, ha il potere, di sedersi sul seggio di Dio, e raddrizzare i torti della terra?'” (Bradley)
d. Allora anch’io ti riconoscerò che la tua destra può salvarti: Con questo, Dio portò fortemente il punto a Giobbe. Poiché non poteva fare queste cose che solo Dio poteva fare (descritte in Giobbe 40:9-13), nemmeno poteva salvare se stesso con la sua propria destra.
i. “In altre parole: La salvezza appartiene al Signore; nessun uomo può salvare la propria anima con opere di giustizia che ha fatto, sta facendo, o può possibilmente fare, per tutta l’eternità. Senza Gesù ogni spirito umano sarebbe perito eternamente. Gloria a Dio per il suo dono ineffabile!” (Clarke)
ii. “Questi versetti sono presentati come una sfida aggressiva a Giobbe… Ma sono amorevolmente progettati per scuotere lo spirito di Giobbe nel realizzare che Dio è l’unico Creatore e l’unico Salvatore che esiste.” (Smick)
3. (15-24) Un esempio della potenza di Dio e della relativa debolezza di Giobbe: Behemoth.
Guarda behemoth che ho fatto al pari di te; esso mangia l’erba come il bue. Ecco, la sua forza è nei suoi fianchi e la sua potenza nei muscoli del suo ventre. Fa oscillare la sua coda, come un cedro; i nervi delle sue cosce sono saldamente intrecciati. Le sue ossa sono come tubi di bronzo, le sue ossa come sbarre di ferro. Esso è la prima delle opere di Dio, solo colui che lo fece può avvicinarsi a lui con la sua spada. Benché i monti producono cibo per lui, e là tutte le bestie dei campi si divertano, Si sdraia sotto le piante di loto, in luoghi nascosti dei canneti e delle paludi. Le piante di loto lo coprono con la loro ombra, i salici del torrente, lo circondano. Il fiume può straripare, ma egli non ha paura; è sicuro di sé, anche se il Giordano dovesse avventarsi contro la sua stessa bocca. Chi mai potrà prenderlo per gli occhi o forargli le narici con uncini?
a. Guarda ora il behemoth: Dio diede a Giobbe una notevole panoramica delle meraviglie della creazione in Giobbe 38-39, incluso uno sguardo a molti animali notevoli e ai loro modi. Ora infine, Dio dà a Giobbe uno sguardo a due creature notevoli: Behemoth (Giobbe 40:15-24) e Leviatano (Giobbe 41).
i. L’identità precisa di questo animale chiamato behemoth è dibattuta. La maggior parte pensa che Dio avesse in mente quello che chiameremmo l’ippopotamo, una delle creature terrestri più grandi, forti e pericolose del mondo.
b. Mangia l’erba come il bue… la sua potenza è nei muscoli del suo ventre: Dio sembra gioire nella Sua propria creazione mentre descrive la meraviglia di questo animale notevole notando la sua forza, dimensione, appetito e abitudini.
i. L’immagine è chiara. Se Giobbe non può contendere con questa creatura compagna, come potrebbe mai contendere con il Dio che creò il Behemoth?
©1996–presente Il Enduring Word Bible Commentary di David Guzik –
